di Piero Surfaro – “Weekend di sangue sulle strade italiane: giovani vittime a Senago, Jesolo, Savona e Forte dei Marmi.” Titoli così campeggiano spesso sui giornali online. Cronache drammatiche che, puntualmente, scatenano sui social network ondate di commenti: compassione, sì, ma anche giudizi affrettati, invettive, prese di posizione emotive rivolte a tutti i protagonisti.
Siamo diventati la società dell’immagine e del commento rapido. In questo clima, fermarsi per riflettere, analizzare, tenere insieme i pezzi e cercare soluzioni a un problema chiaramente sociale diventa sempre più faticoso. È l’effetto di una “pedagogia dell’emergenza”: un approccio reattivo, dominato dall’emozione del momento, che si accende dopo i fatti di cronaca e che, da anni, coinvolge in modo particolare i giovani.
È facile scagliarsi contro il diciottenne neopatentato che guida con il tasso alcolemico oltre i limiti e carica in auto molti più amici del consentito, provocando un incidente mortale. È facile liquidare tutto con l’“incoscienza dei giovani” o l’“incompetenza dei genitori”. Molto più difficile è mettere in discussione il sistema che rende possibili queste situazioni: le abitudini, i contesti, le omissioni educative, gli adulti distratti, i modelli sociali che normalizzano il rischio.
È facile indignarsi per il ragazzo che, in evidente alterazione, posta un video su un incidente mortale. Più difficile è comprendere perché si arrivi a preferire lo smartphone alla chiamata ai soccorsi; più difficile ancora è educare perché, davanti a un dramma, la mano vada al 112 e la presenza diventi aiuto concreto.
Questa dicotomia “facile/difficile” diventa superficiale quando parliamo di vita, giovani e azione educativa permanente. Ridurre l’educazione a intervento d’urgenza significa svilirla e rinunciare a ciò che conta di più: la prevenzione.
Oggi reagiamo con decreti, leggi, manifestazioni subito dopo la tragedia. Ci si dimentica però dell’“ordinario”, del durante: l’apprendimento quotidiano dei limiti, delle conseguenze, delle scelte. Conoscere la legge è necessario; scegliere responsabilmente lo è di più. Non basta inveire contro chi sbaglia: dobbiamo accompagnare i ragazzi in un allenamento continuo alla scelta.
Serve un passaggio chiaro: abbandonare la “pedagogia dell’emergenza” per tornare alla pedagogia, punto. L’efficacia educativa non si misura nei momenti di crisi ma nella continuità dei contesti di vita: scuola, sport, famiglia, parrocchia, spazi pubblici e perfino locali notturni. La prevenzione non è l’evento spot; è la cura costante delle relazioni.
Che valore avrebbe, ad esempio, un barista che rifiuta un cocktail a minorenni o a neomaggiorenni già alterati? Forse, sul piano educativo, più di molte parole. Ma perché accada servono cornici condivise, formazione, responsabilità diffusa e una cultura che sostenga chi sceglie la strada più scomoda ma giusta.
Siamo a un bivio. Non possiamo più tergiversare di fronte allo stillicidio di notizie che raccontano giovani esposti a rischi e a scelte di cui non misurano l’impatto. È tempo di costruire l’unico ponte davvero necessario: quello delle relazioni tra generazioni. Oggi adulti e giovani spesso non si parlano; si giudicano. Le dinamiche social amplificano la distanza, fino a renderla quasi incolmabile.
Costruire quel ponte significa:
La prevenzione è relazione, competenza, responsabilità diffusa. È il lavoro silenzioso e quotidiano di una comunità adulta che decide di esserci davvero. Perché, quando arriva l’emergenza, è già tardi: ciò che salva è ciò che abbiamo seminato ogni giorno, prima.
